(foto di Jan Saudek)Quando la vita, per così dire pubblica, è in contrasto con il sentimento intimo e privato, il rischio della sofferenza è inevitabile. Tragico.
Molte delle nostre convinzioni rispetto ad altre persone, sono basate (ahimè) su preconcetti e pregiudizi, o sul semplice aspetto esteriore. Ovviamente, nessuno si prende la briga di domandare ad un drogato "perchè ti droghi?" o ad una ragazza di strada "perchè ti prostituisci?". Portando questi esempi estremi intendo dire che l'interesse reale verso l'altro, è cosa assai vaga. E questo "altro" , sarà difficile che vaghi con tanto di cartello al collo scrivendoci "Soffro, aiutatemi".
Sopraffatte dal pensiero che nessuno abbia il loro lessico, queste persone si buttano allo sfascio totale, attraverso forme di autolesionismo (chiaro richiamo d'aiuto).
Chi è più forte (almeno apparentemente) riesce a nascondere con scioltezza e disinvoltura il groviglio interiore. La facciata sarà quella di sempre, magari di persone allegre e ben disposte agli altri.
Io stessa sono giunta alla conclusione che senza maschere non si può vivere. Molto meglio chiudere con tre mandate la porta della propria emotività, piuttosto che permettere ai ladri di entrare e fare scorpacciata.
La vita mi ha reso questo ancora più difficile, la morte prematura di persone care, le amicizie finite per chissà quali gravi motivi (...), il rapporto di forza con gli uomini. E si diventa mute, inevitabilmente.
E in momenti come questi, quando i pensieri vanno altrove (e se vanno altrove sprofondano sempre nel buio, maledetti), quando sai che la notte davanti a te sarà un'altra notte insonne, vorresti essere uno scriciolo di sei anni alle prese con i vestiti di una Barbie (io a sei anni ero solita fare altre attività, ma sorvolerei) o pensare se hai messo mirra o incenso nel turibolo. Nient'altro. Tanto continuerai a ricevere carezze da mani sconosciute (anche quando parlano già di "relazione") che vedranno solo un bel visino che volta le spalle e non le lacrime che stanno per solcarlo.
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