E' proprio oggi, in questo preciso giorno, in questo preciso istante, che tutto mi è chiaro.
Il silenzio, quel silenzio intorno ai volti, alle feste, alle teste, quella fedele visione imperfetta del mondo, delle cose, ora, ha un senso, una luce.
Arriva la tenera atmosfera natalizia, tutta luci e melodie e sembra così facile abbandonarsi. In mancanza di affetti, un'atmosfera così, può fare compagnia. In casa, ora, il buio. E l'albero di Natale, e il rosso e l'oro accesi, poi, di nuovo il buio. Passeggio nel tepore delle stanze, così, a piedi nudi, la cintura della vestaglia che tocca terra, il viso pallido, la bocca del mattino, senza colore, senza ancora alcuna traccia di sapori, nell'immensità del silenzio. E' questo che amo, è questo che sono. Mi guardo intorno, in una casa che vivo quotidianamente, una casa che ora, mi par di vedere per la prima volta. Penso di fronte a quale scosceso precipizio mi sia trovata nell'arco di questi lunghi anni, negli sbalzi gioiosi e folli e nel terrore del tempo, questo tempo a me nemico, nell'inconsapevolezza di vivere una vita mia o una vita inventata. Una vita pur sempre possedduta e sentita, una vita di affanni, una vita in cui il sogno mi vede sola, una vita conquistata.
Dalle finestre, il riflesso oro delle luci a intermittenza, il mio viso, sereno, la mia bocca, sorridente. A occhi chiusi sono nella cucina, oggi ho solo voglia di sapori dolci. Il fuoco mi abbaglia, deciso, di una serpentina bellezza, scalda quel che io berrò. E' un momento soffocante e magnifico e preparo qualcosa per me soltanto e potrei vivere di questi gesti una vita intera.
Il cielo, fuori, si fa sempre più scuro, per qualche secondo, le luci delle case fredde, distanti, mi abbagliano; tra i suoni delle campane mi ritrovo, sono ancora qui, dentro la mia casa, sono ancora qui, mi rifugio. Così certa di riconoscere la felicità, in una domenica che ricorderò, se l'emozione non m'inganna.
Amo il suono argenteo del cucchiaio nella tazza, mentre mescolo lo zucchero nel tè, amo il suono felpato delle mie vesti che toccano incatue i mobili che passo, amo il suono della carta tra le mani, mentre sfoglio le pagine dei libri, ubriaca di gioia, fradicia di lacrime. Terribilmente felice. Terribilmente. Nessuna felicità ha il suono di un'arpa. La felicità è un "la" a caso, è il "la" di un indice che sfiora un pianoforte.
Lentamente esplode la mia felicità, lentamente ne bevo e aspetto che finisca. Penso, onestamente, a chi riuscirebbe a comprenderla, se nemmeno io so delinearne la forma. Penso -cosa rimane alla fine?-. Asciugherò il viso, disegnerò la bocca e, vacillando, sarà ancora nel mondo che mi ha accolta, manipolata, smorzata.
Qualche residuo di questa felicità, lo serberò, forse ne regalerò un poco in una lettera; ma il suo meglio è qui, dentro di me, la verità assoluta di questa strana felicità; in questo punto piccolo di luce, dove sento solo l'eco dell'uomo che amo, ancora qui, a piedi nudi, ancora qui, i capelli sciolti, ancora qui, il viso poggiato alla parete, ancora qui, sul freddo della porta, mentre sento che piano mi abbandona.
Senza lamenti, appena oltre la soglia, appena fuori da quella luce, entro nel buio e nel silenzio, lontana da tutto, ma con un pizzico di quella meravigliosa mutevole felicità.
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